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Mondo ultrà
Cosa sono gli ultras? Chi si può definire ultras?
Esistono nella letteratura diversi tentativi di spiegare che cos'è il mondo ultrà. 
Di seguito è riportata una raccolta degli articoli più significativi trovati nel web, per cercare di far capire un po' di più il fenomeno conosciuto come Ultras!

DEFINIZIONE
Innanzitutto la definizione di ULTRAS: deriva da una parola di origine francese (ultràroyaliste) che stava a significare i reazionari, i conservatori, coloro che volevano conservare la monarchia assoluta nel periodo della Restaurazione in Francia. Dal 1860 circa la parola scomparve ma rimase la dicitura "ultrà" per indicare qualcosa di esagerato, troppo grande o superlativo, e molti decenni dopo fu adattata al contesto dei tifosi fanatici per una squadra di calcio in uno stadio.

"Ultrà" o "Ultras"?
Il dibattito è quantomai aperto a proposito di questo interrogativo. La risposta più gettonata e che si può adottare come attendibile però è questa: in questa scelta di termini si differenziano i due modi di fare il tifo, quello inglese (al quale si ricollega "ultras"), fatto non di organizzazione, non di mentalità, non di coordinamento ma di spontanea aggregazione negli stadi, e la cultura invece europea (o latina, per cui anche italiana), secondo cui vige un sistema organizzativo propriamente strutturato (quindi "ultrà"): coreografie, fanzine, lanciacori, bilanci e programmazione trasferte, un vero e proprio movimento organizzato, il cosiddetto tifo organizzato. Così l'ultrà è colui che sventola la sciarpa in una sciarpata coreografica, l'ultras è invece colui che spontaneamente fa partire un coro insieme ad altri individui, l'ultrà è colui che si occupa di stendardi e di coreografie, l'ultras invece si colloca nel proprio settore cantando a squarcia gola e limitandosi ad appendere qualche bandierina alla transenna ritmando battimani imponenti. In parole povere: fateci caso quando arriveranno squadre inglesi a san siro, non vedrete nessuno striscione come in Italia, nessuno stendardo, ma solo una massa enorme di gente e appese in transenna una unita all'altra semplici bandierine inglesi, bandierine a scacchi con i colori della squadra, bandierine con colori di un paese che richiamano i colori della squadra.

STORIA ULTRAS - La storia: ANNI '50-'60
E' sul finire degli anni '60 che si introduce il concetto di movimento ultras. Ma in realtà si deve fare qualche passo indietro. E' Helenio Herrera (allenatore dell'inter che vinceva qualcosa in quegli anni) a introdurre il concetto di tifo organizzato. "Perchè non dobbiamo avere tifosi anche al seguito della squadra quando ci rechiamo in trasferta?", chiese al presidente Moratti-padre. Da lì la nascita dei Moschettieri Nerazzurri (il loro striscione è ancora presente credo al primo anello verde), i Fedelissimi del Torino (1951), il Viola Club Vissieux (dal nome della piazza in cui si radunavano), non riconosciuti però gruppo ultras perchè non aveva i crismi necessari. E quali sono questi crismi? L'esponente del gruppo ultras è un tifoso atipico dal resto dello stadio. Masse di giovani sui 18-20 anni si distaccano completamente dal modello omologato di tifoso per occupare una propria zona di stadio (la CURVA, il settore dietro alla porta), restando in piedi e gridando a squarcia gola per la propria squadra. Forte senso di territorialità quindi, e amore viscerale per i colori sociali della squadra in questione. Questi anni rappresentano quelli del pionierismo ultras: gli strumenti e l'abbigliamento sono ancora rudimentali (sciarponi di lana lunghi, capelli a mezzo collo, giacconi, tamburoni in latta), ma i movimenti politici nascenti e alle aggregazioni studentesche nelle scuole (il movimento studentesco del '68 per intenderci) fanno da embrione per quelli che saranno i gruppi ultras.

CRESCITA MOVIMENTO ULTRAS - Sviluppo e stabilizzazione degli ultras: ANNI '70
Ecco così che nascono i primi gruppi: nel 1968 abbiamo l'onore di poter dire che la nostra FOSSA DEI LEONI è riconosciuto come il primo gruppo ultras italiano. Il suo fondatore principale si chiama Umberto Calza (morto nel 1996), e prende il nome dal precedente campo di allenamento del Milan, che aveva cominciato ad allenarsi a Milanello solo pochi anni prima della nascita del gruppo. Seguono a ruota i Boys dell'Inter (1969), nati da un gruppo di ragazzi membri dell'Inter Club Fossati, e che prendono il nome da "Boy" un ragazzino dispettoso che compare su di un fumetto pubblicato sul giornale dell'Inter, e che aggiungerà la dicitura SAN (Squadre d'azione nerazzurra, a testimoniare la tendenza politica di destra dei componenti) dal 1981; gli UTCS (Ultras Tito Cucchiaroni Sampdoria, 1969), i primi a utilizzare nel loro nome la dicitura "Ultras". Arrivano poi gli Ultras Granata (1969), le Brigate Gialloblu del Verona (1971) che saranno i primi a importare lo stile "english" in Italia dopo una trasferta a Londra contro il Chelsea e che si scioglieranno nel 1991; gli Ultrà Napoli e i Boys della Roma (1972), gli Ultras Catanzaro, la Fossa dei Grifoni Genoa, i Commandos Pro Patria (1973), le nostre Brigate Rossonere (1975) nate dall'unione di ULTRAS e CAVA DEL DEMONIO, i Fighters Juventus, Brigate Nerazzurre Atalanta (sempre nel 1975), e il Commando Ultrà Curva Sud della Roma (1977), più noto come CUCS, che farà scuola prima di sciogliersi ufficialmente nel 1999 dopo una spaccatura a causa dell'acquisto di un giocatore gradito solo a metà della curva. Su ogni striscione campeggiano vari simboli inneggianti all'imponenza del gruppo: teschi, teste di tigri, pantere, leoni. C'è da aggiungere che in questi anni il movimento ultrà prende piede soprattutto al nord, con rare eccezioni meridionali.

BOOM ULTRAS - Il boom degli ultras: ANNI '80
Se chiedete a molti "vecchi" frequentatori delle curve quale è stato il periodo più florido e bello del movimento, vi risponderanno sicuramente gli anni '80. Il movimento è sulla cresta dell'onda, prende piede ora in tutta Italia e dalla serie A alla C2; viene elaborato il concetto di "coreografia" con strumenti quali i palloncini, le striscie, le cartate, i bandieroni, e scatta una corsa all'approviggionamento dei materiali per rendere colorata e lussuriosa ogni curva. Il boom-ultras è testimoniato anche e soprattutto dai tesseramenti ai gruppi: nel 1987-88 la Fossa (ancora loro!) raggiungerà la quota-record di ben 15.000 tesserati. Le maggiori coagulazioni derivano per esempio dai centri sociali o da determinate aree geografiche: capita così che gli UTC sono formati da ragazzi che derivano dal quartiere genovese di Sestri Ponente, e che i milanisti si riuniscono al centro sociale del Leoncavallo. Cominciano però a diffondersi anche gli scontri fra frange opposte, e i primi episodi spiacevoli di violenza talvolta "errata"; arrivano così le prime vittime, e la nostra tifoseria ne è purtroppo una spiacevole protagonista in più di un'occasione: nel 1984-85 Stefano Furlan viene ucciso dalle ripetute manganellate di un poliziotto durante un Triestina-Udinese di Coppa Italia, nella stessa stagione un milanista poco più che maggiorenne uccide un suo stesso tifoso (forse per sbaglio?) dal nome Marco Fonghessi, nel 1989 (il 4 giugno) sempre un gruppetto di milanisti affianca Antonio de Falchi, tifoso romanista, e lo colpisce fatalmente prima della partita fuori dallo stadio, prima di un Milan-Roma 4-1. Ad onor del vero anche alla fine degli anni settanta si registrano incidenti e conseguenze: il 28 ottobre 1979, prima di un derby, un tifoso laziale di nome Vincenzo Paparelli viene centrato in pieno viso da un razzo sparato da un romanista sito nella curva opposta, un anno prima durante Milan-Fiorentina 4-1 scattano violenti scontri fra toscani e rossoneri. A metà di quegli anni si assite a violenti scontri fra milanisti e interisti, dettati anche dal fatto che entrambi, al derby, erano situati nella stessa tribuna (l'attuale secondo anello arancio). Dal 1985 vengono così istituite le scorte, ossia plotoni di poliziotti che scortano i gruppi in trasferta dalla stazione allo stadio, mentre prima i cortei erano totalmente incontrollati.

CADUTA VALORI ULTRAS - Il movimento in crisi: ANNI '90
E' in questo decennio che i valori ultras (appartenenza ai colori sociali, presenza ovunque, rispetto dell'avversario, scontro leale a mani nude e quanti altre regole) entrano in crisi. La cosiddetta "mentalità ultras" non viene recepita dalle nuove leve, ossia dai giovani che si affacciano per la prima volta al mondo delle curve. Andare in curva sembra ora essere diventata una moda, e molti gruppi non si rispecchiano più in questo ricambio generazionale. Capita così che nel 1993 si sciolga la Fossa dei Grifoni del Genoa dopo un ventennio di grande splendore, e che la repressione giochi ora un ruolo fondamentale nelle sorti dei gruppi. Dopo gli ennesimi episodi di violenza le Brigate Gialloblu vengono etichettate come "associazione a delinquere", e decidono l'autoscioglimento. Inoltre l'arresto dei capisaldi delle curve, la morte di alcuni di loro, uniti alla già citata repressione e al cambio generazionale, fanno sì che molti gruppi arrivino al tramonto. Il culmine di questa crisi si raggiunge nel gennaio del 1995 quando prima di Genoa-Milan Simone Barbaglia, 18 anni, accoltella in pieno torace Vincenzo Spagnolo, ultras genoano. La partita viene sospesa e a seguito di quell'avvenimento alcune tifoserie si radunano nel week-end successivo per fare un esame di coscienza di dove questo mondo possa andare a finire. Durante l'incontro, promosso da genoani e sampdoriani insieme, si elabora il motto "Basta lame, basta infami". Si scoprirà poi che il giovane assassino aveva partecipato alla trasferta disgiuntamente ai gruppi dei milanisti, per farsi notare davanti a un nuovo gruppetto che stava per nascere da una costola delle BRN (le cosiddette BRN 2). Dopo quell'episodio la curva sud diserterà le restanti trasferte di campionato. Arriviamo così ai giorni nostri, in cui il vergognoso monopolio delle pay-tv (Sky, digitale terrestre e chissà quante altre in futuro), il caro-prezzi (dalla metà di questo decennio anche la tifoseria ospite deve essere munita di biglietto regolare per entrare allo stadio mentre prima si entrava gratis in qualità di "ospiti"), le conseguenti leggi-repressive e lo stravolgimento degli orari e dei calendari, stanno mettendo a dura prova la pazienza delle curve che però non vogliono mollare, vogliono combattere per ritrovare quegli ideali di appartenenza al gruppo e di stile di vita ultras che sembrano andati smarriti. E questo rappresenta anche l'unico momento di unione fra tifoserie di colore diverso. Tutti uniti per la sopravvivenza degli ultras: è questo il grido di battaglia odierno.
 
   
STORIA MOVIMENTO ULTRAS IN ITALIA E NEL RESTO DEL MONDO DALLA NASCITA AI GIORNI NOSTRI..

Con il termine ultras (o ultrà) (derivato dal francese ultra-royaliste, di origine latina,) , risale alla rivoluzione francese, quando identificava la frangia più estremista dei rivoluzionari, quella, tanto per intenderci, che non aveva nessun problema ad usare la forza, ghigliottina compresa. Può quindi non essere una semplice coincidenza il fatto che i moderni “ultrà” siano nati nel bel mezzo di una nuova rivoluzione, quella che semplicisticamente viene chiamata il “68.
Si definisce il tifoso organizzato di una determinata società sportiva, più frequentemente di tipo calcistico, ma spesso anche di pallacanestro, hockey, pallanuoto ed altri sport. L’ultras è caratterizzato da un forte senso di appartenenza al proprio gruppo e dall’impegno quotidiano nel sostenere della propria squadra, che trova il suo culmine durante le competizioni sportive con altre squadre. Un ultrà è uno che va oltre.

STORIA DEL TIFO - IN ITALIA - Prima metà del XX secolo
Il calcio rimane lo sport più seguito e i gruppi di tifosi si aggregano presso impianti sportivi che, almeno fino agli anni Trenta, non presenteranno una capienza degna del fenomeno che ospitano. Tuttavia il calcio, a quei tempi, rimane un fenomeno d’élite che coinvolge soprattutto giocatori della stessa città dove essi risiedono. Non essendo possibile spostarsi con facilità, le grande masse di tifosi si ritrovano durante le esibizioni delle Nazionali (ai campionati del Mondo e d’Europa di calcio) o alle Olimpiadi dove il colpo d’occhio inizia a garantire al calcio una spiccata popolarità. La stessa che già in Inghilterra si era manifestata colmando gli storici stadi inglesi, mentre in Brasile gli stadi mastodontici ospitavano folle oceaniche incantate dalla classe dei talenti carioca. Anche il ciclismo gode di un buon seguito, ma la relegazione dello sport tra le ultime pagine dei giornali pone tutte le discipline all’ombra dei grandi problemi politici che interessavano il Mondo.

Anni Cinquanta
Con la cessione delle ostilità belliche, la gente ritorna a vivere. La guerra non aveva mutato i colori. Le maglie e le casacche dei giocatori conservavano intatte le loro tradizioni cromatiche; le squadre di nuova formazione, o risorte dopo più o meno lunghi periodi di inattività, recuperavano i vecchi simboli della memoria locale. Il cinema rimaneva il padrone dei divertimenti degli italiani, ma più degli altri è il ciclismo lo sport che riesce a coinvolgere gli sportivi nell’età postbellica. Ancora oggi nuclei di appassionati seguono la carovana di ciclisti dei vari Tour, Giro d’Italia, Vuelta inseguendoli a piedi e incoraggiandoli lungo il loro cammino. Lentamente si ripopolano anche gli stadi con il calcio che ritorna a far sognare un popolo ancora stordito dai bombardamenti e dalle conseguenze del secondo conflitto. La nascita della televisione di Stato in molti paesi permette alle manifestazioni sportive di ottenere maggiore risalto, anche se i primi risultati relativi all’audience non sono confortanti.

LA NASCITA DEL MOVIMENTO
Mentre in Inghilterra gli hooligans hanno già lasciato le prime impronte, nel Mondo, soprattutto in Italia, si organizzano i primi gruppi di sostenitori, quelli come noi, quelli che sanno che la sua fede non gli darà molte soddisfazioni sportive ma, d’altro canto, il suo attaccamento ai colori è qualcosa di viscerale, una sorta di vocazione, di “chiamata”, alla quale è impossibile resistere.
I gruppi ultrà, la trasformazione delle curve da anonimo settore di uno stadio a covo dei tifosi più viscerali, il coinvolgimento di migliaia di giovani e tutto ciò che fa del tifo da stadio un fenomeno sociale di primaria importanza, nasce a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

Ma prima cosa c’era? La tradizione vuole che il primo gruppo di tifosi organizzati, in Italia, nasca nel lontano 1951 al seguito del Torino con il nome “fedelissimi Torino”. Niente a che vedere con i moderni gruppi ultrà naturalmente. Sempre la tradizione (con una buona parte di leggenda) dice anche che il primo centro di coordinamento per i gruppi di tifosi, risalente ai primi anni ’60, nasca in seno all’Inter in seguito ad una lamentela del mago Herrera nei confronti di Moratti: “Ma perché in trasferta non abbiamo mai tifosi?Eppure l’Inter è famosa in tutto il mondo.” Così viene creato un organismo atto ad incentivare la crescita di club locali con lo scopo di portare alla squadra nerazzurra, in ogni stadio d’Italia, il calore del proprio tifo. Siamo ancora lontani dal prototipo del tifoso da curva ma “l’ humus sociale” è ormai maturo: sul finire degli anni ’60, in piena rivoluzione culturale, con folle oceaniche di giovani che invadono le piazze, spinti dal bisogno di aggregazione e accomunati dalla critica alla società borghese, lo stadio inizia a diventare una “zona franca” un luogo dove è possibile trasgredire alle regole più elementari della vita comune.

Notiamo come la parola “giovane”, proprio in questo periodo assuma nel discorso comune valore di sostantivo oltre che quello tradizionale di aggettivo: il “giovane” diventa una categoria sociale. Di giovani l’Italia è piena, sono i figli del dopoguerra, del boom economico; il benessere permette a un numero sempre maggiore di questi giovani di allungare il tempo tra l’adolescenza e la maturità, permette di studiare e di crearsi alternative di vita sempre più varie: possibilità che le generazioni precedenti non avevano. Senza dilungarci sui motivi sociologici che hanno portato alla rivoluzione culturale degli anni ’60, è funzionale al nostro discorso ricordare come la mentalità borghese fosse di fatto un ostacolo al desiderio di rinnovamento delle masse giovanili. Lo stadio diventa quindi una delle zone franche dove il “protocollo” può essere eluso, aggirato o, addirittura, del tutto calpestato.

Se alla base del tifo, fino a quel momento, c’erano stati soprattutto motivi campanilistici o puramente sportivi, in grembo alla nascita del movimento ultrà c’è soprattutto l’esigenza di stare uniti in gruppo, la necessità di riconoscersi in regole e valori comuni, il bisogno di costruirsi una “piccola patria” in cui riversare ideali che il formalismo strutturale della società dei consumi ha diluito, massificato, amoralizzato, strumentalizzato e, forse, cancellato.

I gradini che portano alla curva diventano una sorta di spogliatoio di abiti sociali: urlare, insultare e assumere atteggiamenti “poco diplomatici” non è eticamente sanzionabile. Il quotidiano rimane fuori dagli spalti come la cravatta e la tuta da lavoro. Allo stadio si può gettare la maschera, tirare fuori atteggiamenti e istinti che normalmente vanno controllati, misurati. Così gli stadi diventano il teatro di un mondo parallelo, dove si scrivono regole di convivenza particolare, dove lo spirito di gruppo e l’ identificazione con la propria squadra prevalgono su tutto il resto. I colori della squadra di calcio diventano i colori distintivi del gruppo e il fatto sportivo, da oggetto primario di interesse (lo spettacolo per il quale si paga il biglietto e che giustifica la presenza in uno stadio) viene ridimensionato fino a diventare quasi un pretesto. È chiaro che la maggioranza degli individui che frequenta lo stadio, pur lasciandosi andare ad imprecazioni o a manifestazioni di gioia non proprio “da tutti i giorni” è comunque distante anni luce dalla mentalità del tifoso da curva, quello che viene identificato come “ultrà”.

La parola ULTRÀ, entrata ormai nel linguaggio comune, sta a significare quel tifoso che per la propria squadra decide di compiere sacrifici, di andare contro tutto e tutti, sempre portando avanti questo ideale che ne fa il proprio stile di vta. Le curve, con il loro isolamento e nello stesso tempo la loro centralità, sono pertanto i settori dello stadio più consoni ad ospitare gli ultrà che vi si insedieranno trasformandole in uno spazio autogestito che in poco tempo diventerà ad uso esclusivo del gruppo ultrà. La scelta della curva non dipende solo dal fatto che si tratta di un settore a buon mercato: anche se la visuale è parziale, si trovano infatti in una zona nevralgica della partita: dietro le porte. Se pensiamo che il fenomeno ultrà nasce in Inghilterra, con qualche anno di anticipo rispetto all’Italia, e consideriamo che negli stadi inglesi le porte distano pochi metri dalle curve, è anche facile capire cosa vuol dire “giocare in casa” per le squadre d’oltremanica: il tifo delle curve diventa il cosiddetto “12° giocatore”.
La palma, universalmente riconosciuta, di primo gruppo ultrà d’Italia va alla “Fossa dei Leoni” del Milan, nata proprio nel 1968, anche se i primi tifosi a fregiarsi del titolo di ultrà, sono i sampdoriani del gruppo “Tito Cucchiaroni”, formatosi nel 1969. Seguono a distanza di pochi mesi i “Boys” dell’Inter e poi, nel giro di pochi anni, tutti gli altri gruppi al seguito delle maggiori squadre italiane (Bologna, Fiorentina, Genoa, Juventus, Napoli e Verona). Negli anni ’70 il fenomeno ultrà riguarda soprattutto il centro-nord, al sud solo piazze di rilievo come Napoli e Bari contano gruppi organizzati.

I primi ultrà italiani hanno caratteristiche piuttosto varie, ma in poco tempo le varie curve tenderanno ad omologarsi in un costante processo di imitazione ed emulazione che parte dai modelli inglesi. Anche se dagli inglesi vengono copiati e adattati i cori e viene introdotto l’uso della sciarpa, e dal Brasile arriva l’uso di tamburi e trombe, le curve italiane assumeranno i loro tratti originali mescolando a dovere i costumi “d’importazione” e l’italica fantasia in sfavillanti coreografie, addobbate con bandiere di ogni misura che si muovono nel fumo colorato, con corollario di fuochi artificiali, coriandoli etc.

Se la creazione di una valida alternativa per l’aggregazione giovanile e la possibilità di sviluppare una sorta di “forma artistica” (come di fatto sono le coreografie da stadio), sono lati decisamente positivi del fenomeno, gli scontri tra le tifoserie e con le forze dell’ordine costituiscono il rovescio della medaglia. I gruppi ultrà adottano nomi bellicosi: “fighters”, “brigate”, “commandos” e via dicendo che non lasciano molto spazio all’immaginazione. Nel mondo parallelo degli ultrà, amicizie e rivalità tra le tifoserie diventano un fattore essenziale e attorno alla sfida calcistica se ne gioca un’altra che, sempre più spesso, a partire dai primi anni ’70, sfocia in vere e proprie risse. Regole non scritte dettano il vademecum per i rapporti tra le curve, sia che si tratti di amicizie (sancite sottoforma di gemellaggi) sia che si tratti di rivalità. Nell’Italia delle cento città e dei cento dialetti, risorge il campanilismo e le prime inimicizie tra le curve nascono proprio tra “vicini” di casa,come ai tempi dei comuni medievali, sono avversari naturali. Accanto alle rivalità territoriali, ci sono quelle politiche, soprattutto nel caso in cui il gruppo ultrà sia nato in seno ad organizzazioni estremiste. Il fatto saliente è che nei rapporti tra tifoserie l’andamento delle squadre assume una posizione assolutamente secondaria e il “rispetto” acquisito da un gruppo ultrà si misura in termini di adepti, di seguito in trasferta, di tratti distintivi nelle coreografie e nel “colore” del tifo e, anche in termini di vittorie ottenute nello scontro fisico con i tifosi avversari.

Problemi di ordine pubblico negli stadi ci sono sempre stati, ma con la nascita delle curve ultrà cambiano in “qualità” ed anche in “quantità”: diminuiscono, fino quasi a scomparire dai campi di calcio professionistici, le invasioni di campo e la “caccia” ai giocatori e agli arbitri, ma aumentano gli scontri tra ultrà, coinvolgendo anche i dintorni dello stadio, le stazioni e, talvolta, interi quartieri. Del resto, tra i tratti caratteristici degli ultrà italiani, fin dai primordi, si riconoscono atteggiamenti e stilemi tipici dei “colleghi” inglesi (che in fatto di disordini e atti di vandalismo sono inarrivabili), ma anche delle bande giovanili americane: abbigliamento anticonvenzionale con tratti militareschi (anfibi, mimetiche, basco etc.) e segni distintivi della propria squadra (cappelli, sciarpe, distintivi), forte senso del gruppo con conseguente mentalità cameratesca, il tutto all’interno di un’ organizzazione gerarchica che non sempre ma comprende anche capi e soldati semplici.

Dire che la curva è costituita esclusivamente da potenziali teppisti è comunque errato. Se mettiamo ad un estremo l’ultrà duro e puro (all’ inizio poche decine) e all’altro il tifoso che la frequenta per sentirsi in gruppo e al massimo segue i cori e sventola la bandiera (la maggioranza), in mezzo possiamo riconoscere una percentuale di individui che all’occasione non disdegnano di muovere le mani (soprattutto in trasferta) ma che non fanno parte della “cupola” organizzativa. Lo stadio diventa il luogo dove l’aggressività, tenuta a bada dalle regole sociali, trova un nuovo spazio di coagulazione.

Eppure, attorno alle curve degli anni ’70, l’aria che si respira e che coglie lo spettatore degli altri settori, è quella della festa, del colore, di quel 12° giocatore che cerca (e spesso riesce) a dare un contributo determinante alla propria squadra del cuore. Trasferte che sembrano esodi, fatte con treni e autobus che, alla domenica, fanno gli straordinari per i “pendolari del gol”, cambiano la vita di un numero sempre maggiore di giovani italiani. Cambiano la società dal suo interno. E come tutti i cambiamenti, portano aspetti contradditori, difficili da decifrare anche a distanza di anni. Il dato comunque è certo: le curve degli stadi italiani si riempiono di ultrà nella prima metà degli anni ’70, in un periodo in cui l’attacco allo stato da parte di gruppi estremisti (rossi e neri) è una realtà, in cui si contano i morti di una vera e propria guerra civile, vittime di stragi e attentati che scuotono costantemente l’opinione pubblica. In questo scenario gli scontri tra tifosi hanno un’eco limitata, a meno che l’entità dei danni (anche in termini di feriti o addirittura di vittime) non sia ingente o non vengano associati a motivi di matrice politica. In questo senso i giovani ultrà, in più di qualche caso, sono gli stessi protagonisti della guerra di piazza didella stampa  matrice politica e non sportiva. Per la prima volta anche in italia il fenomeno della violenza calcistica diviene al centro dell’ attenzione della stampa e delle istituzioni. Vengono prese drastiche misure repressive:per alcuni mesi viene proibito l’ingresso allo stadio di aste di bandiera, tamburi e persino striscioni dai nomi bellicosi.
Ogni curva ha una genesi propria e, spesso, i primi gruppi ultrà si proclamano infatti apolitici (come il nostro), tuttavia la presenza (e l’influenza) di questi elementi esterni al tifo come espressione naturale, porteranno la maggioranza delle curve italiane ad avere nel tempo una connotazione ben precisa. Questo non significa che le curve diventino un crogiuolo di terroristi, ma la posizione politica dei diversi gruppi è, assieme alle rivalità campaniliste, uno dei motivi principali nella determinazione di amicizie, alleanze e rivalità tra tifoserie.

Anni ottanta
In questo decennio assistiamo a un progressivo e costante ingrandimento dei gruppi ultrà, le cui fila sono ormai composte non più da decine, ma da centinaia-e in alcuni casi anche migliaia-di aderenti. Dal nord e dal centro Italia il fenomeno si sposta anche nel meridione, mentre in altre città, gruppi già esistenti, si rafforzano ulteriormente.
Il tifo ultrà arriva anche nelle categorie minori, ed entro la fine del decennio non c’e’ più squadra, dalla seria a alla c-2, che non venga seguita da più o meno numerose frange giovanili organizzate. Questo moltiplicarsi dei gruppi porta, quasi necessariamente, alla nascita di una complessa rete di amicizie e rivalità.
Fra le coalizioni più solide di questo periodo, ricordiamo Roma-Atalanta-Juventus, Sampdoria- Fiorentina-Inter, Lazio-Bari-Torino, Milan-Genoa-Bologna, ed è curioso notare come oggi questi rapporti, un tempo cordiali, si siano in gran parte deteriorati e siano stati sostituiti da altre alleanze, trasformandosi in talora ad accese rivalità. In alcuni casi anche il contrario. In ogni caso alla fine degli anni settanta e i primi anno ottanta si registrano numerosi incidenti lontano dagli stadi, come nel modello inglese, nei centri delle città, nelle stazioni ferroviarie, i percorsi della metropolitana.
Il 1982 passa alla storia  per il trionfo italiano in spagna, nei mondiali di calcio. la finale si gioca a Madrid contro la Germania ovest, di fronte a 100.000 spettatori, la maggioranza italiani. Numerosi sono gli striscioni dei gruppi ultrà, ma questo rimane l’unico momento aggregativo a livello nazionale, un caso pressoché unico visto le tifoserie europee come Olanda, Scozia ,Inghilterra e Germania. Le ragioni di questa divisione, pressoché insanabile tra gli ultrà italiani, che non riesce a ricomporsi in tifo per la nazionale, sono probabilmente da ricercarsi nelle rivalità campanilistiche e politiche radicate fra alcune delle nostre città. L’immagine degli ultrà italiani si propone come modello continentale, dando il via a un movimento che toccherà l’Europa intera. Gli ultrà italiani, pur ammettendo le influenze inglesi, si considerano superiori agli ultras nordici sia nel tifo che nella “forza  d’urto”. Negli anni ottanta poi le squadre godono di un seguito più ampio e più costante rispetto al passato.
La trasferta diviene un momento fondamentale nella vita di un ultrà, a cui partecipano solo i tifosi più fedeli e incuranti del pericolo che essa può comportare. Andare in trasferta diviene un modo per selezionare il gruppo e scoprire quanto uno si senta attaccato al resto del gruppo. presentarsi in alcuni stadi caldi è un esclusiva di pochi; farlo senza portare il proprio striscione e’ considerato un disonore, un sintomo di timore, così come rubare il materiale dei tifosi ospiti rappresenta la vittoria suprema per il gruppo che difende il proprio territorio. L’aumento del pubblico in trasferta corrisponde a un notevole sforzo organizzativo per le ferrovie dello stato, che destinano convogli straordinari agli sportivi per non intasare ogni domenica i già affollati treni di linea. Sono i cosiddetti “treni speciali”. Gli spettacoli organizzati dagli ultrà coinvolgono intere gradinate, migliaia di persone. si spendono migliaia di euro, ma la gara è accesissima. mentre gli ultrà della Sampdoria allestiscono una bandiera di 90 metri per 32, quelli della Roma distribuiscono al pubblico 10.000 cartoncini giallo-rossi; i tifosi della curva maratona del Torino coprono la curva con strisce bianche e granata, e quelli del Napoli lanciano in campo migliaia di rotoli di carta igienica.
Gli introiti proventi dalla vendita di adesivi e magliette non bastano più, ed è per questo che alcuni gruppi chiedono aiuto alle loro società calcistiche, sebbene nessuno lo ammetta apertamente. Altri ricorrono a degli sponsor esterni. Di pari passo con le note di colore, anche la cronaca nera deve occuparsi di quanto accade negli stadi.
Si diffonde l’uso delle armi da taglio, soprattutto a Milano, Roma e Napoli, mentre gli ultras bergamaschi per essere molto turbolenti, ma pronti a usare solo calci e pugni. I disordini si moltiplicano anche nei piccoli centri. nel febbraio del 84 la partita di coppa Italia tra triestina e udinese, si conclude con gravi scontri; un giovane triestino, Stefano Furlan, viene ripetutamente colpito al capo dalle manganellate degli agenti, entrando in coma e morendo il giorno successivo. otto mesi più tardi al termine di Milan-Cremonese, viene accoltellato a morte Marco Fonghessi, poco più che maggiorenne.

NEL MONDO - Il fenomeno inglese
Il tifo emette i suoi primi vagiti con la nascita del calcio in Inghilterra nel XIX secolo ma raggiunge il suo apice con la comparsa degli hooligans. Il termine deriva dal nome di una famigerata banda giovanile, la Hooley’s Gang, la quale risiedeva nell’East Side londinese ed era formata da ragazzi di origine irlandese. Secondo i racconti dell’epoca, gli hooligans manifestano subito atteggiamenti teppistici connotati da un forte senso della supremazia territoriale, atti di vandalismo nei pubs inglesi e nei locali pubblici, rapine in stato di ebbrezza, violenza negli stadi, aggressioni ai danni degli stranieri e uno spiccato senso di opposizione alle forse dell’ordine. Il 16 Novembre del 1900, il Daily Graphic li presentò così: “Senza cappello, colletto e cravatta, portano una sciarpa attorcigliata al collo, un berretto poggiato scostumatamente in avanti, ben calcato sugli occhi, pantaloni molto aderenti al ginocchio e larghi alle caviglie. La parte più caratteristica dell’uniforme è la cintura dei pantaloni, che ha una pesante fibbia in ferro. Non è un ornamento, né è intesa come tale”. Con la creazione delle prime manifestazioni sportive cresce anche il numero di gruppi di tifosi al seguito della propria squadra. Il fenomeno hooligan si espande rapidamente dalla fine del secolo XIX fino alla prima guerra mondiale, poi subisce l’inevitabile arresto dovuto alle vicende belliche. I primi celebri drappelli sono i Victorian Boys, seguiti dai Forty Row, Bengal Tiger, Bulgall Boys, Alum Street e tantissimi altri al seguito di uno sport che lentamente stava per invadere il Mondo. Le imprese degli hooligans riprenderanno solamente dopo il secondo conflitto mondiale. Nel 1953 nascono i Teddy Boys, giovani ragazzi di periferia tendenti al modello americano (capelli lunghi e abiti vistosi) ma indicati dalla stampa e dall’opinione pubblica come simbolo della delinquenza giovanile. Gli anni Cinquanta e i numerosi atti vandalici portano la loro firma. Gli anni Sessanta vedono invece la nascita dei Mods (da modernist) che, a differenza dei Teddy Boys, assumono un atteggiamento decisamente più convenzionale (capelli corti) senza però tralasciare il fenomeno della violenza. I contorni sociali e l’onda del boom economico creano una divisione tra i Mods. Da una parte si schierano i soft Mods (che si identificano con la classe media) e dall’altra si presentano gli hard Mods (legati alla cultura operaia giovanile). Solo nel 1967 gli hard Mods prenderanno il nome di Skinheads (teste rasate) assumendo atteggiamenti estremi (esaltazione della forza fisica, sciovinismo, passione per il football e la birra, tendenze xenofobe) e un look ben delineato (capelli rasati, scarponi da lavoro e jeans con bretelle). L’aspetto che maggiormente distingue gli Skinheads è la loro xenofobia nei confronti delle diverse etnie che in quegli anni già popolavano i sobborghi londinesi. L’aggressione rituale del sabato sera contro gli immigrati di origine asiatica (detto paki-bashing da pakistani) è uno solo dei tanti segni di distinzione del gruppo perché gli Skinheads si schierano contro tutti coloro che hanno opinioni diverse dalle loro (hippies, studenti, immigrati e omosessuali). Da queste prime ed importanti aggregazioni nacquero i Boot Boys (letteralmente “ragazzo scarpone”, deriva dagli scarponi di combattimento adoperati dal gruppo), quelli che oggi sono considerati i precursori degli ultras moderni. Ma nel momento in cui la politica inizia a considerare il calcio e il suo seguito come un fenomeno di massa, e quindi di propaganda, all’interno di gruppi come gli Skinheads avviene una triplice frattura. Si creano tre filoni di pensiero: gli original (apolitici e apartitici, tendenzialmente antirazzisti), i red skins (legati all’estrema sinistra) e i bonehead (legati alla destra radicale). Soprattutto i bonehead, per le loro condizioni filonaziste e xenofobe, sono destinati a lasciare strascichi nel tempo. Tra di loro si distinguono gli Headunters (cacciatori di teste) dove la razza bianca rappresenta ancora oggi una condizione essenziale per far parte del gruppo. Le tre anime del tifo inglese e gli altri gruppi del tempo iniziarono il loro cammino di violenza incoronando Londra come regina del teppismo calcistico e non solo del punk. Queste tifoserie si radunano in un settore specifico dello stadio (detto genericamente curva/end), organizzano le prime invasioni con lo scopo di occupare la curva nemica (si diffonde l’espressioneto take an end, ovvero prendi la curva!) utilizzando oggetti contundenti, bottiglie, armi da taglio e, una volta giunti sul luogo lasciavano la calling card, una specie di biglietto da visita per testimoniare il loro passaggio. Le battaglie dentro e fuori lo stadio inducono il governo britannico ad alzare il livello di guardia. I gruppi rispondono con la rinuncia al lookappariscente e ad essere meno riconoscibili dando vita ad uno stile detto casual. Questo nuovo “vestito” permetterà agli holligans di depistare più volte la polizia esportando la loro violenza anche oltremanica soprattutto nel corso delle rassegne mondiali. Tuttavia questo modo di agire, e la conseguente riorganizzazione delle forze dell’ordine, ha avuto breve durata. Negli ultimi tempi il frazionamento delle frange più agguerrite di hooligans ha permesso a quest’ultimi di potersi riunire in ridotti drappelli, senza leadership, e con la libertà di raggiungere una meta anche singolarmente (per aggirare i controlli) prima di riaggregare il branco per sferrare l’attacco. La risposta dello Stato, in special modo dopo la strage dell’Heysel, dove perirono trentanove persone in seguito agli incidenti, si concretizzò nel 1986 con il “Public Order Act” e nel 1991 con il “Football Offences Act”. Questi due emendamenti permettono l’arresto in flagranza di coloro che si rendono autori di episodi di violenza all’interno degli stadi e garantiscono la presenza in ogni impianto sportivo di telecamere a circuito chiuso. Agli hooligans resta il merito di aver apportato dei cambiamenti di grande rilievo all’interno della curva. Furono i primi a non limitare l’apporto dei propri beniamini con semplici applausi. A quest’ultimi aggiunsero cori, l’uso di sciarpe e bandiere contribuendo a colorare gli stadi britannici.

Il resto del Mondo
Il Mondo si accorge delle prime schermaglie legate al tifo a partire dagli anni Sessanta. In precedenza solo qualche episodio sporadico aveva creato allarmismi. Il tifo e la passione, soprattutto verso il gioco del calcio, permettono a tantissime città di organizzare la loro “curva”, intesa nel senso folcloristico del termine. Tuttavia è ancora presto per parlare di organizzazione perché lo sport, e il calcio in particolare, sono oggetto della violenza esportata dagli hooligans con cambiamenti profondi che ancora oggi portano i segni di ciò che avvenne in Europa dagli anni Sessanta in poi. In Germania, i primi episodi di violenza si registrano negli anni Ottanta. I tifosi tedeschi in un primo momento imitano gli skineheads inglesi. Qualche anno dopo diventano autonomi creando un modello filonazista improntato non solo sulla xenofobia, ma anche sul militarismo e sul machismo. Negli stadi tedeschi si intravedono i primi gruppi di ragazzi con bomber, teste rasate e scarponi anfibi che mostrano senza pudore la croce uncinata, striscioni con tematiche antisemite e inneggiano al Fuhrer con saluti nazisti. Il nazionalismo tedesco produce un seguito notevole soprattutto nei riguardi della selezione nazionale al motto “Wir sind Deutsch” (Noi siamo tedeschi). Nel 1983, a Berlino, Germania e Turchia, gara di qualificazione agli Europei, è macchiata da frasi come “Kreutzberg muss brennen” (Kreutzberg, quartiere turco di Berlino, deve bruciare). Ed è proprio all’interno della Germania dell’Est (l’ex DDR) che, prima della caduta del Muro, si manifesta il fenomeno prettamente neonazista degli ultras della Dinamo Berlino. Fortunatamente l’ondata nazionalista di destra e il movimento skinhead perdono colpi con l’avvento degli anni Novanta fino a ridursi, ma non ad esaurirsi del tutto. Al confine meridionale con la Germania, l’Austria non ha mai avuto grandi problemi a controllare i gruppi ultras grazie alla grande tradizione delle discipline invernali. In Svizzera il fenomeno è ben delineato: la frammentazione dei Cantoni separa la tranquillità della zona meridionale (specialmente in Canton Ticino) dalla focosità di quella settentrionale dove i giovani sono divisi in supporters e hooligans. I primi, vestiti con i colori delle proprie squadre, restano ad un livello di partecipazione spontaneo mentre i secondi, organizzati in bande di casuals, ripudiano l’aspetto semplicemente folcloristico. Per quanto concerne i Paesi Bassi, la lezione inglese rappresenta un fenomeno da emulare. L’ondata di violenza investe l’Olanda verso la fine degli anni Ottanta, con particolari differenze rispetto ai cugini del Belgio. L’uso di ordigni e di stupefacenti permette agli ultras del paese dei tulipani di non essere perseguibili dalla legge con una conseguente diffusione del consumo di droghe leggere fuori e all’interno degli stadi. In Belgio i giovani tifosi violenti si organizzano nei cosiddetti “gruppi di contatto” (near groups), si definiscono “Sides” e fanno la loro comparsa a metà degli anni Settanta inglobando diversi membri legati agli skinheads. Nei Paesi Nordeuropei la tradizione calcistica vanta diversi adepti ma a prevalere sono sempre gli sport invernali. Tuttavia non mancano le eccezioni, talvolta completamente opposte tra di loro. In Svezia la nascita del Black Army di Stoccolma è datata 1977. Si tratta di un movimento che segue le orme inglesi diventando addirittura uno dei più violenti d’Europa. Dall’altra parte si contrappone la Danimarca, la quale diffonde un modello di tifo del tutto particolare e in contrapposizione con quanto esportato dalla Gran Bretagna. Il tifo danese è condizionato dal movimento roligan (da rolig che significa tranquillità) che sin dall’inizio ha sempre dichiarato le sue intenzioni pacifiste. In Norvegia e Finlandia non si sono quasi mai registrati fenomeni legati alla violenza sportiva. L’Europa composta dai Paesi Latini appare frammentata circa la disposizione e la formazione dei vari gruppi ultras. In Spagna si può iniziare a parlare di tifo organizzato solamente dopo i Mondiali di calcio del 1982 quando gli ultras italiani esportarono il loro modello con l’aggiunta dei candelotti colorati e dei razzi. Fino a quel momento il tifo spagnolo era scandito da battiti di tamburi e dall’apparizione delle bandiere e non era abituato alle “trasferte” data l’estensione del territorio. Prima di allora lo stile degli skinhead aveva raccolto consensi tra gli estremisti di destra legati alla tradizione franchista. A completare il quadro della penisola iberica ci pensa il Portogallo dove ogni manifestazione del tifo è saldamente legata, per un fenomeno storico-culturale, a quella brasiliana. L’influenza sudamericana porta alla nascita di alcuni gruppi che si organizzano dietro il nome di torcidas, ma anche qui l’influenza italiana sarà determinante. L’arrivo tardivo del modello bonehead inglese ha cambiato negli ultimi tempi il modo di presentarsi di alcune torcidas. Come in Spagna, anche in Francia il tifo affonda le radici negli anni Ottanta con l’avvento degli skinheads. Questi trovano terreno fertile nella curva del massimo club della capitale, il Paris Saint-Germain, facendo leva sui rancori dei parigini verso gli immigrati, prima di dilagare in tutto il territorio transalpino. Ma la repressione del governo francese incomincia presto e viene vietato l’ingresso allo stadio a numerosi tifosi con le teste rasate. Dando uno sguardo ad Est, il tifo organizzato tra i paesi balcanici compare solamente negli anni Ottanta. Motivi come l’appartenenza ad un’etnia diversa sono alla base degli scontri che vedono come protagonisti gli ultras della Stella Rossa di Belgrado con atteggiamenti di stampo antialbanese. Non mancano all’appello anche Ungheria e Polonia. Negli stadi magiari, dove si segue il modello inglese, si arriva alla proibizione negli stadi di aste di bandiera. In Polonia gli skinhead si annidano tra i tifosi della nota squadra nazionale del Legia Varsavia ma gli scontri sono acuiti anche dall’uso sconsiderato di alcool e stupefacenti. In tantissime curve polacche si notano stendardi rappresentanti Benito Mussolini e i simboli nazisti. Prima della scissione in Repubblica Ceca e Slovacchia, ogni partita, tra le squadre delle due regioni e nel derby di Praga tra Sparta e Slavia, era occasione per creare disordini e incidenti grazie soprattutto agli skinhead. In Romania il tifo organizzato è circoscritto alla città di Bucarest, dove sono nati sul finire del secolo alcuni gruppetti ultras a sostegno della Steaua Bucarest, ma lentamente è in via di espansione. Nell’ex Unione Sovietica sono attivi da alcuni anni movimenti ultras paragonabili a quelli occidentali. Comunque la tifoseria più numerosa è quella dello Spartak Mosca, nella quale ogni gruppo rappresenta un quartiere di Mosca. Questi gruppuscoli hanno sempre operato in semiclandestinità e in dipendenza dal regime politico al quale erano costretti a sottostare. Con l’indipendenza, il tifo è uscito dalla clandestinità del periodo precedente: sono nati in molte città club ufficiali a sostegno delle squadre locali. Gli atti di violenza e di teppismo sono abbastanza rari, dovuti quasi sempre all’abuso di vodka. Nonostante la vittoria nel campionato greco sia ristretta a Panathinaikos, Olympiakos, Aek Atene e Paok Salonicco, non c’è nessun paese in Europa in cui i tifosi abbiano causato tanti danni come in Grecia. Il movimento ultrà ellenico nasce negli anni Settanta, ma è negli anni Ottanta che questi gruppi s’ingrandiscono e gli scontri diventano frequentissimi. Dopo la grande tragedia del febbraio 1981, con la morte di ventuno persone dopo la gara Olympiakos-Aek Atene, il problema della violenza negli stadi si diffonde tra l’opinione pubblica. A differenza degli altri Stati, in Grecia lo stile casual non si è mai diffuso ed è rimasta la difesa dei valori legati al nazionalismo che si fondono con il codice del tifo ellenico. L’ultrà greco rivendica la propria aggressività facendo largo uso di droghe, come amfetamine o LSD, e alcolici e assiste sempre alla partita a torso nudo, soprattutto d’inverno. L’ampia panoramica europea è chiusa dalla Turchia, dove la temibile polizia turca ha sempre limitato gli scontri con una feroce repressione nei confronti di gruppi non ancora considerabili come ultras, ma in via di organizzazione.
 
   
Ultras

Con il termine ultras, dal francese ultra (pl. ultras), si definisce un tifoso organizzato di una determinata società sportiva, più frequentemente di tipo calcistico, ma spesso anche di pallacanestro, hockey, pallanuoto ed altri sport.
L'ultras è caratterizzato da un forte senso di appartenenza al proprio gruppo e dall'impegno quotidiano nel sostenere la propria squadra, che trova il suo culmine durante le competizioni sportive.
I prodromi del fenomeno del tifo calcistico in Italia si hanno nel 1932 quando la tifoseria della S.S.Lazio va ad annoverare per prima la nascita di una associazione organizzata, e con struttura gerarchica, di tifosi. In occasione del derby del 23 ottobre 1932, un gruppo organizzato denominato "Paranza Aquilotti" inscenò infatti una scenografia allo stadio del P.N.F.. Successivamente negli anni cinquanta quando i primi tifosi di squadre di calcio iniziano a riunirsi in gruppo, a Roma, con l'Associazione Tifosi Giallorossi "Attilio Ferraris", i Circoli Biancocelesti 1951 e a Torino, con i Fedelissimi Granata 1951, il fenomeno esplode, mentre in Gran Bretagna sono attivi gruppi i cui appartenenti vengono chiamati hooligans. 
Vi sono tuttavia differenze basilari tra i due modi di essere: in Gran Bretagna gli hooligan lasciano molto più spazio alle azioni spontanee, mentre il modello ultrà italiano tende a coordinare i vari elementi in un'unica voce. Anche le forme estetiche del tifo risentono di questa differenza: in Gran Bretagna si predilige l'impatto vocale a quello visivo e non si usano i tamburi che hanno contraddistinto le colorite curve italiane fino al 2009 (poi proibiti così come i megafoni). I primi due gruppi nati in Italia sono la Fossa dei leoni, gruppo nato nel 1968 e scioltosi nel 2005, e i Boys-Le furie neroazzurre, nato nel 1969. Sempre nel 1969 nasce il primo gruppo ad aver utilizzato la parola Ultras, vale a dire i sampdoriani Ultras Tito Cucchiaroni, seguiti nel 1969 dagli Ultras Granata di Torino, nel 1973 dagli Ultras Catanzaro, nel 1974 dagli Ultras Spezia e nel 1977 dagli Ultras Pescara, la frangia più violenta del tifo pescarese (come testimoniano la trasmissione televisiva "Commando ultrà curva sud" ed il libro "Ragazzi di stadio" in cui i Granata dichiarano di aver assunto la denominazione ultras solo dopo gli incidenti di Torino-Vicenza del '71). 
Nel corso degli anni sessanta queste nuove strutture aggregative iniziano a svilupparsi intorno alle grandi squadre dell’epoca e i loro membri si distinguono dai sostenitori tradizionali per il modo attivo ed organizzato di incoraggiare la loro squadra del cuore. Ogni gruppo ultras ha allora un proprio nome simbolico ed uno striscione dietro cui radunarsi. Nascono le coreografie per sostenere la propria squadra: si cantano inni, gli stadi si riempiono di bandiere, si lanciano coriandoli e si accendono i primi fumogeni. Parallelamente nasce anche la competizione con i gruppi ultras di altre squadre.

Gli anni Settanta
Lo sviluppo dei gruppi ultras negli anni settanta coincide con un periodo piuttosto tempestoso della società italiana, toccata a più riprese da episodi di violenza e terrorismo. Cosicché gli ultras, risentendo del clima di generale violenza, prima, durante e dopo la partita, specie in occasione degli incontri "più caldi", si abbandonano a veri e propri atti di guerriglia urbana. Tutto ciò era riscontrabile nei cori da stadio, spesso presi in prestito dalle manifestazioni e dai cortei, nell'abbigliamento, nella simbologia riproposta dagli striscioni e dagli stessi nomi dei gruppi. Il termine Ultrà compare in uno dei più famosi gruppi di tifosi organizzati italiani di allora: il CUCS, Commando Ultrà Curva Sud, che dagli anni settanta e per quasi un trentennio popolerà gli spalti dello Stadio Olimpico durante le partite della Roma. Il termine commando, era già apparso in precedenza nella curva della Lazio con il C.M.L. Commandos Monteverde Lazio nati nel 1971, ribattezzati C.M.L. '74 in seguito.

Gli anni Ottanta e Novanta
A partire dagli anni ottanta, tutte le squadre professioniste hanno almeno un gruppo ultras e il modello italiano si espande decisamente in tutto il resto d'Europa, soprattutto tra i paesi latini (Spagna, Portogallo, Francia), Svizzera e tra le ex repubbliche della disciolta Jugoslavia (Slovenia, Croazia e Serbia).
Dagli anni novanta si vedono tifoserie ispirate al modello di tifo ultras italiano anche in Irlanda (ultras non violento o politico, tutto per il club), Scozia, Paesi Bassi e Germania. Con l'aumento dell'interesse verso il calcio in Canada, Stati Uniti e Australia sorgono i primi gruppi di tifosi organizzatisi secondo criteri, almeno esteticamente, ispirati agli ultras del vecchio continente. All’interno degli stadi di tutta Europa gli ultras diventano sempre più i veri protagonisti nelle curve. Si accentua anche il modo di fronteggiarsi tra gruppi avversari di ultras: si diffonde il ricorso allo scontro. Le forze di polizia iniziano ad impegnarsi per arginare gli episodi di violenza.
Durante il decennio il problema della violenza nel calcio si accentua ulteriormente, sviluppandosi, in molti casi, in atti di ribellione. Il 29 gennaio 1995, poco prima dell'incontro tra Genoa e Milan, Vincenzo Spagnolo, ultras genoano, viene accoltellato a morte: l'episodio indusse i rappresentanti della maggior parte dei principali gruppi ultras italiani a partecipare a un raduno che ha rappresentato un importante tentativo di autoregolamentazione. In un documento conclusivo gli ultras condannarono l'utilizzo di armi da taglio durante gli scontri e le aggressioni "molti-contro-uno", auspicando un ritorno ai vecchi codici di comportamento ultras.

Il fenomeno oggi
Negli anni 2000 i gruppi di ultras hanno continuato a rappresentare ancora una delle componenti più importanti del mondo del calcio, avendo a loro disposizione sedi e diffondendo le loro comunicazioni attraverso siti web, libri, riviste autoprodotte (fanzine) e così via. In risposta alla radicale trasfigurazione commerciale del mondo del calcio iniziata nei primi anni '90 e che ha portato allo stravolgimento degli abituali orari delle partite in base alle esigenze delle pay-tv ed al forte aumento del costo dei biglietti dello stadio, gran parte del movimento ultras italiano ha dato vita a una serie di iniziative di protesta.
In Italia il comportamento a volte violento di alcuni ultras è stato posto costantemente sotto accusa da parte delle forze dell'ordine e dei media, portando ad un inasprimento ulteriore delle norme anti-violenza, come i provvedimenti del D.A.SPO..
Dopo la morte dell'ispettore Filippo Raciti, durante gli scontri tra catanesi e polizia avvenuti durante un Catania-Palermo del febbraio 2007, vi è stato un ulteriore inasprimento delle misure di controllo e repressione del tifo organizzato. La nuova legge "anti-ultras" ha stravolto ancora una volta il mondo delle curve italiane. È stata vietata, in realtà con una semplice direttiva dell'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, l'introduzione di striscioni, di qualsiasi tipo e dimensione, senza autorizzazione; sono state inasprite le pene per tutti i reati da stadio, comprese quelle per l'utilizzo di fumogeni e petardi (con possibilità di arresto per gli utilizzatori). Da allora, inoltre, il Daspo può essere anche preventivo (cioè un soggetto che ha tenuto un comportamento pericoloso per la sicurezza pubblica, ancorché non costituente reato, può comunque essere sottoposto a Daspo) e molte altre norme repressive.

Differenze con gli hooligans
Il fenomeno degli ultras dell'Europa meridionale dimostra molte discordanze con quello degli hooligan britannici e olandesi. Prima fra tutte è l'organizzazione dei gruppi ultras contrapposta allo spontaneismo dei nuclei di tifosi britannici. Le cosiddette crew (dette anche mob o firm) inglesi e scozzesi riconoscono leader e figure di riferimento, ma non hanno una organizzazione che contempli la ripartizione di compiti e incarichi di varia natura né una struttura gerarchica, come invece accade con gli ultras.
Altre caratteristiche peculiari degli ultras sono le coreografie. Per realizzare imponenti scenografie in occasione delle partite, si mette in movimento l'intero gruppo: dalla macchina decisionale del direttivo agli attivisti e ai ragazzi più giovani impegnati nella realizzazione. Per reperire i fondi necessari ad allestire le coreografie i gruppi ultras fanno leva sull'autofinanziamento, sulle collette fra tifosi, sulla vendita di sciarpe e altro merchandising (berretti, bandiere, spille, t-shirt e così via) ufficiale del gruppo. Diversi gruppi ultras hanno usufruito, nel corso degli anni, anche di finanziamenti e aiuti di vario tipo dalle società calcistiche e da imprese private. In Italia il finanziamento ai tifosi da parte di una società sportiva è ora vietato da una legge entrata in vigore nel 2007. Nel Regno Unito, non esistendo alcun tipo di organizzazione ufficiale del gruppo hooligan, questo aspetto non è presente.
Nelle curve ultras esiste anche un "capo" che coordina i cori, il cosiddetto "lanciacori". Questa figura, che si colloca al centro del settore, è spesso coadiuvata da altre persone munite di megafono (situate in punti più periferici della curva). Tutta la strumentazione è ora vietata in Italia dal decreto anti-violenza.
Il fenomeno degli hooligan, inoltre, è esclusivamente maschile, contrariamente ai gruppi ultras che, seppur sono in larghissima maggioranza maschile, non escludono la presenza di donne sia come semplici componenti del gruppo stesso sia con ruoli attivi. Addirittura negli anni si sono venuti a formare - seppur sono stati casi rarissimi- gruppi ultras totalmente femminili (da non confondere con i fan club di tifose), che però hanno avuto sempre numeri bassi di appartenenti, attività sporadica e durata estremamente breve, il più delle volte le superstiti di questi gruppi o lasciavano l'attività ultras o, come spesso accadeva, entravano a far parte di gruppi maschili. Dopo il 2000 alcune tifoserie hanno ripresentato gruppi ultras femminili, con risultati migliori rispetto ai precedenti tentativi avviati a partire dagli anni novanta. Ad interessarsi del fenomeno e delle varie sfaccettature degli ultras, sono stati anche marchi d' abbigliamento come Mentalità Ultras e Quattrokappa, che con le loro grafiche sono riusciti a veicolare ed amplificare quello che è il pensiero delle curve.

Sottocultura Ultrà
Gli ultras sono considerati come sottocultura giovanile da una parte della sociologia. Con questo termine si identifica un gruppo di individui accomunati da un determinato stile di vita, da alcuni vocaboli gergali, dalla diffusione di certi capi d'abbigliamento. Essi hanno un proprio sistema di valori e una propria ritualità, oltre ad un peculiare modo di vivere lo stadio che non è lo stesso del tifoso comune. In tal senso possono essere intesi l'utilizzo della violenza contro le tifoserie rivali e l'accettazione di essa secondo codici di comportamento condivisi. Numerose le pagine Ultras nei social network, da Twitter a Google+, fino ad arrivare a Facebook.
Un recente studio di impostazione sociolinguistica, analizzando gli striscioni esposti allo stadio dagli Ultras della Fiorentina, ha infranto la visione classica che i precedenti studi di impostazione sociologica offrivano focalizzando la loro attenzione sullo stadio (come spazio di significazione) e sull'uso della violenza come affermazione territoriale. L'analisi sugli Ultras della Fiorentina (analisi degli striscioni degli Ultras della Fiorentina dal campionato 2004-2005 al 2010) si focalizza sullo stile di comunicazione e le tematiche espresse dagli Ultras Viola ed emerge un quadro che mostra dinamiche comunicative complesse ed articolate, discostandosi dall’immagine classica che i media veicolano sul fenomeno Ultras. Gli striscioni si dimostrano infatti come un mezzo di espressione e condivisione di un’identità complessa e territorialmente radicata, che porta gli autori a sostenere l'ipotesi che il fenomeno Ultras Viola sia non espressione di disagio sociale, come la maggior parte della letteratura ad oggi tendeva a volere dimostrare, ma, piuttosto, di rivendicazione identitaria con connotazioni culturali articolate e complesse che non mostrano correlazione alcuna con fenomeni di tipo violento, bensì con un nuovo modo identitario di essere ultras che non esplicità la sua essenza nello scontro fisico ma nell'affermazione identitaria e culturale che si esprime sovente con la riscoperta e il ricorso al dialetto.

Rivalità e amicizie
Ogni tifoseria o gruppo ultras considera come rivali un certo numero di altre tifoserie di altre squadre. Le rivalità, oltre all’astio e ai tafferugli che ne conseguono, possono avere diversa origine.
Il primo fattore è campanilistico, specialmente in paesi quali Italia e Spagna in cui vi è un forte orgoglio regionalistico o municipalistico. Oltre a tifoserie di squadre della stessa città, è molto comune il confronto fra i tifosi di formazioni provenienti da città vicine e province o regioni confinanti. Vi sono anche storiche rivalità di natura sportiva, sorte come conseguenza ad ingiustizie sportive subite o dopo che due squadre hanno condiviso una sorte simile all’inseguimento dello stesso obiettivo. Forti attriti si possono creare anche fra le tifoserie che sono ispirate da contrapposta ideologia politica.
Oltre alle rivalità esistono però anche gemellaggi ed amicizie. Il primo gemellaggio tra due tifoserie ultras risale al 9 gennaio 1977, quando nacque tra gli ultras del Lanerossi Vicenza e quelli del Pescara. Il gemellaggio è tuttora molto sentito da ambo le tifoserie.

Ultras e politica
I primi gruppi ultras sono sorti tra la fine degli anni '60 e l'inizio del decennio successivo, quando i giovani partecipavano attivamente alla vita politica, spesso in forme apertamente contestatorie e molto violente. Da allora molte curve e gruppi ultras hanno assunto una precisa connotazione ideologica, quasi sempre votata all'estremismo (sia di sinistra che di destra). Diversi sono anche i gruppi e le intere curve che si dichiarano apolitiche. Se all'inizio del movimento erano le manifestazioni politiche ad avere avuto un forte impatto sulla creatività degli ultras, tanto che questi portavano allo stadio gli slogan dei cortei, ora avviene un fenomeno inverso. Grazie ad una certa esposizione mediatica e ad un notevole afflusso negli stadi, capita frequentemente che diversi cori scanditi nei cortei politici vengano intonati sulle note di celebri inni da stadio. L'estremismo politico presente in molte curve, di destra quanto di sinistra, ha portato alla comparsa di striscioni condannati dall'opinione pubblica, dai mezzi di comunicazione e dalle istituzioni poiché riconducibili all'antisemitismo, a festeggiamenti intorno a figure dittatoriali quali Stalin e Adolf Hitler, all'apologia del nazismo e alla derisione delle vittime dei massacri delle foibe. In Italia le autorità hanno reagito vietando i messaggi politici sugli striscioni e impedendo la riproduzione di qualsiasi simbolo politico su ogni tipo di vessillo, onde evitare lo scontro fisico tra due tifoserie ideologicamente contrapposte.
Visto il carattere popolare, le curve sono talvolta state viste e strumentalizzate come bacino elettorale.
La repressione del fenomeno
A partire dalla fine degli anni '90 in Italia, ma non solo, è in atto un tentativo di repressione da parte degli enti governativi che tendono a porre fine ai movimenti ultras. Questi atti molto spesso sfociano in scontri violenti tra polizia e ultras. In alcuni casi gli ultras di squadre da decenni rivali si sono federate in manifestazioni contro la Polizia. Un esempio è il corteo comune tra milanisti, interisti, atalantini e bresciani dopo la morte di Gabriele Sandri, tifoso laziale ucciso in autostrada da un poliziotto con un colpo di pistola mentre dormiva in auto.
Una netta accelerazione al processo di contrasto del “fenomeno ultras” è stata data attraverso l’introduzione del Daspo, della cosiddetta Tessera del tifoso e del divieto di trasferta per molte delle partite ritenute a rischio scontri.

Seguito della Nazionale italiana di calcio
Sul modello di quanto avviene già dagli anni ottanta in altre nazioni (quali Inghilterra, Germania, Olanda) anche in Italia si crea un gruppo di ultras che segue attivamente la Nazionale di calcio, i cosiddetti Ultras Italia. La nascita ufficiale avviene in occasione degli Europei 2004 in Portogallo. Lo 'zoccolo duro' del gruppo è formato da appartenenti a tifoserie del Nordest ma anche di Lazio, Campania, Puglia ed altre regioni. Quasi tutti gli appartenenti sono ideologicamente vicini all'estrema destra, anche se i rapporti della Digos dicono che non c'è un'identificazione diretta con gruppi politici. L'organizzazione prevede l'esposizione allo stadio di stendardi tricolori riportanti il nome della città di provenienza e l'assenza di una leadership ben definita, a differenza di quanto avviene nei gruppi di club.
Gli Ultras Italia salgono alla ribalta delle cronache in occasione della trasferta in Bulgaria del 2008 dove si verificano scontri con gli hooligan bulgari prima e durante la partita, al termine della quale vengono arrestati 5 italiani. Gli ultras vengono accusati anche di aver esposto vessilli e fatto cori fascisti durante la partita. Nel 2010 gli Ultras Italia si rendono autori di altri episodi di violenza e discriminazione come nelle amichevoli in Austria, dove rivolgono cori razzisti all'indirizzo del calciatore di colore Mario Balotelli, e Germania, dove vengono espulsi dallo stadio per il loro comportamento aggressivo.
 
 


 




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